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Su Wired di questo mese c’è un articolo di David Byrne (ce ne sono due a dire il vero: il secondo è un’intervista a Thom Yorke che trovate qui, già ampiamente segnalata, mi pare) che si intitola “The Fall and Rise of Music”. Non c’è bisogno che vi dica quant’è leggibile e ben scritto anche per chi non si occupa di musica, quindi arriverò dritta al punto.La tesi - poco sviluppata - che mi ha colpito di più, è di respiro più ampio rispetto al nucleo della dissertazione, che sono che sono i 6 recording deals for dummies. Secondo Byrne, che è un “integrato” relativamente al problema dell’ascesa del digitale che tanto coinvolge gli addetti ai lavori, la musica in questi anni si starebbe riprendendo di forza una funzione perduta. Nelle sue parole, la riproducibilità tecnica avrebbe regalato la possibilità di fruizione solitaria ad un’esperienza collettiva, depauperandola parzialmente. Lo scambio digitale l’avrebbe invece riportata, per certi versi, allo stadio precedente di “music as a social currency”.
La cosa mi ha fatto pensare al P2P come ad una gigantesca transazione dove la valuta è la nota. Naturalmente non si tratta di un ritorno al bel tempo che fu, specie considerato che nessun utente ha interazione faccia a faccia a meno che geografia e volontà non lo portino a ricercarla, ma è anche vero che l’uso che fa Byrne di una varietà di teorie Ong-iane mi sembra una traslazione in qualche modo efficace. È un passo. Non si può valutare il nuovo attraverso il filtro delle vecchie categorie, ma si può usarle in maniera creativa. Specie in uno di quei rari momenti storici in cui mi sembra che sia la cultura a seguire la società; non viceversa.